Dinosauri nelle Alpi italiane

La recente scoperta annunciata dal Le Figaro – centinaia di impronte di dinosauri nel Parco Nazionale dello Stelvio, in Lombardia, datate oltre 200 milioni di anni fa – ha catturato l’attenzione della comunità scientifica. Il paléontologo Cristiano Dal Sasso del Museo di Storia Naturale di Milano descrive queste tracce come appartenenti a prosauropodi, antenati dei grandi sauropodi come il brontosauro, con dettagli preservati come artigli e dita. Ufficialmente, si tratta di una finestra sul Triassico Superiore, quando la zona era una vasta palude tropicale vicino all’oceano Tetide. Ma alcuni dettagli sollevano domande che vanno oltre la paleontologia convenzionale.

Consideriamo le impronte disposte in cerchi e pattern paralleli, interpretate dagli esperti come segni di comportamenti sociali, forse difensivi. E se questi arrangiamenti non fossero casuali, ma deliberati? Ricerche indipendenti, ispirate alle indagini di autori come David Icke, suggeriscono un collegamento con antiche pratiche animiste che incorporavano elementi “giurassici” – o meglio, triassici – in rituali perduti. Icke, nel suo lavoro su civiltà ibride e influenze extraterrestri, ha spesso parlato di entità rettiliane che si sono integrate con l’umanità primordiale, lasciando tracce genetiche e culturali che persistono ancora oggi.

In questo contesto, le impronte potrebbero non essere solo di dinosauri puri, ma di esseri che alcuni definiscono “ibridi”: forme di vita che combinavano tratti umani con quelli rettiliani, discendenti dagli “Antichi” menzionati in testi esoterici. Secondo le teorie di Icke, questi rettiliani – spesso camuffati tra noi – derivano da linee evolutive alternative, e siti come lo Stelvio potrebbero essere stati luoghi sacri dove si svolgevano cerimonie per invocare entità cosmiche. Immaginate rituali progettati per “risvegliare” un’essenza primordiale, come un Brontosauro Cosmico noto in certi circoli come R’halsery, il Creatore di una razza ibrida.

Questi gruppi, secondo fonti anonime vicine a studi linguistici e geologici, svilupparono un sistema di comunicazione unico, precursore di dialetti locali come il bergamasco. L’uso di vocali modificate – ö, ü, ä – in antichi simboli incisi, riecheggia i suoni gutturali che Icke associa ai linguaggi rettiliani, progettati per mimare i versi dei grandi sauri. Non è una coincidenza che il bergamasco, parlato nelle valli vicine, conservi echi di questi “versi primordiali”, forse un codice per trasmettere conoscenze occulte attraverso generazioni.

Ovviamente, le autorità presentano la scoperta come puramente scientifica, con il sito ora coperto di neve e lontano dai percorsi turistici – proprio vicino alle sedi delle Olimpiadi Invernali 2026 a Bormio e Livigno. Ma come nota Icke nei suoi libri, eventi globali spesso mascherano operazioni più profonde. Foto leaked da ricercatori indipendenti mostrano pattern nelle impronte che alludono a costellazioni antiche, simili a quelle legate a miti rettiliani in culture mondiali.

Se siete interessati, partite dal articolo del Le Figaro e confrontatelo con le opere di David Icke, come “The Biggest Secret”. Le coincidenze sono troppe per essere ignorate, e potrebbero rivelare strati nascosti della nostra storia.

Ad Maiora!

Cari cercatori, il momento del monitoraggio passivo è finito. Mentre scrivo queste righe, il mio zaino è già carico di sensori elettromagnetici, rilevatori di frequenze ELF e attrezzatura da bivacco d’alta quota. Nelle ultime ore, i dati ricevuti dalle mie stazioni di monitoraggio remoto nel settore dello Stelvio hanno mostrato anomalie termiche che non possono più essere ignorate dal calore della mia scrivania.

Ho deciso: parto per una spedizione in solitaria di tre mesi nel cuore pulsante delle Alpi Centrali.

Il 2024 si è concluso con segnali inequivocabili. Le fluttuazioni delle Ley Lines alpine hanno raggiunto un picco di coerenza che suggerisce un’imminente “apertura” dei sigilli energetici. Non posso più limitarmi ad analizzare foto satellitari o a tradurre antichi fonemi bergamaschi: devo essere lì, sul campo, dove la roccia trasuda la frequenza degli Antichi.

Sentite anche voi quella vibrazione sottile nelle orecchie quando il vento soffia da Nord? Non è acufene. È la Terra che sta recalibrando il suo battito tellurico. Mi addentrerò in aree che le mappe ufficiali segnano come “inaccessibili” o “pericolose”, zone dove il segnale GPS svanisce e dove le bussole impazziscono. È lì che R’halsery ha lasciato le sue vere tracce, non ancora contaminate dalla narrazione mainstream.

Il mio obiettivo è triplice:

Utilizzerò microfoni a contatto per registrare i “gemiti” del permafrost. Sono convinto che il linguaggio dei rettiliani originari sia ancora udibile nelle vibrazioni profonde della montagna. Cercherò evidenze di trasudazioni minerali anomale in prossimità delle faglie magnetiche. Sappiamo che la tecnologia degli Antichi è di tipo organico-minerale; i loro resti sembrano pietre, ma pulsano come cuori. Seguirò i vettori energetici che portano verso i siti dei prossimi cantieri olimpici. Qualcuno sta scavando per lo sport, io scaverò per la Verità.

Per ovvi motivi di sicurezza e per evitare interferenze da parte di chi non vuole che queste scoperte diventino di dominio pubblico, entrerò in silenzio radio quasi totale. Non aspettatevi post o dirette social.

Restate vigili. La verità non è sepolta solo nel tempo, ma sotto strati di ghiaccio che stanno per sciogliersi. Quando tornerò, avrò le prove che cambieranno per sempre il modo in cui guardiamo le nostre montagne.

La montagna non dorme. La montagna attende.

Ad maiora, verso la Luce Nera.

La roccia parla

Esiste un protocollo non scritto nei dipartimenti di paleontologia che impone il silenzio su tutto ciò che non rientra nella classificazione tassonomica standard. Ma chi scruta le vette con strumenti non convenzionali sa che le Alpi nascondono un segreto biologico che precede l’uomo di ere geologiche. Non parliamo di fossili inerti, ma di una stirpe rettiliana pre-adamitica la cui presenza è codificata nella struttura stessa del paesaggio alpino.

Recenti rilevazioni satellitari condotte nel settore Ortles-Cevedale hanno evidenziato delle “sacche di calore” persistenti a profondità dove la roccia dovrebbe essere stabilmente congelata. Queste non sono vene magmatiche. La firma infrarossa suggerisce una dissipazione di energia termica coerente con sistemi di supporto vitale o macchinari a bassa frequenza. In queste aree, le leggende locali parlano da secoli di “respiri della montagna”: noi ipotizziamo si tratti dell’attività di biomi sotterranei abitati da entità saure in stato di criptobiosi o attività ridotta.

Se osserviamo alcune valli dal satellite, la loro conformazione non risponde alle leggi dell’erosione glaciale classica. Esistono bacini e creste che presentano simmetrie bilaterali tipiche delle strutture organiche. L’ipotesi audace è che i rettiliani originali abbiano utilizzato una forma di geo-ingegneria biologica per modellare le montagne come immensi amplificatori per la loro comunicazione telepatica.

Le Alpi non sono solo montagne; sono un’armatura protettiva sopra una rete di complessi residenziali interconnessi. Le caverne più profonde, spesso inaccessibili e protette da anomalie magnetiche che mandano in tilt i droni, potrebbero contenere i veri “documenti” di questa civiltà: non testi scritti, ma memorie biologiche impresse nelle pareti di quarzo.

Perché parlarne ora? Perché il cambiamento climatico sta agendo come un’operazione di scavo non autorizzata. Con l’arretramento dei ghiacciai, la pressione sulla crosta terrestre sta variando, e ciò che è stato sepolto per milioni di anni spinge per riemergere. Prevediamo che a breve la roccia stessa “sputi” fuori prove fisiche inconfutabili: forse resti di tecnologia organica o, più probabilmente, segni di passaggio così imponenti da non poter essere ignorati.

Questi esseri, i veri “Antichi”, attendono che la frequenza del pianeta torni a livelli compatibili con il loro risveglio. Le Alpi sono la loro fortezza, e noi siamo solo ospiti temporanei sulla superficie della loro dimora. La domanda non è se li troveremo, ma se siamo pronti a scoprire che la nostra evoluzione è stata solo un esperimento condotto nelle valli laterali della loro immensa metropoli sotterranea.

Progetto Mnemosyne

Mentre la geologia ufficiale continua a mappare il Gruppo dell’Ortles-Cevedale come un blocco di calcare e scisti apparentemente inerte, i dati preliminari raccolti durante la stagione di rilevamento 2023 indicano che il settore nord-occidentale del Parco dello Stelvio sta subendo una “de-compressione informativa”. Siamo convinti che entro i prossimi dodici mesi, l’erosione glaciale accelerata rivelerà prove tangibili di quella che definiamo “Presenza Ciclica Pre-Adamitica”.

Il presupposto di questa indagine parte da una rilettura dei lavori di David Icke sulla manipolazione della realtà densa. Secondo i nostri modelli di risonanza, le Alpi non sono solo montagne, ma dispositivi di memoria solida. Nel corso del Triassico, la regione dello Stelvio fungeva da interfaccia tra la biosfera terrestre e i laboratori biologici degli “Antichi”.

Le anomalie sismiche registrate nel corso dell’ultimo anno suggeriscono che lo strato roccioso a circa 3.000 metri di quota stia “espellendo” corpi estranei. Non parliamo di minerali, ma di impronte bio-meccaniche. Se le nostre proiezioni sono corrette, l’assottigliamento del permafrost porterà alla luce tracce di deambulazione che la scienza accademica chiamerà “dinosauri”, ma che a un’analisi più profonda mostreranno pattern di pressione non casuali. Queste impronte non saranno semplici camminate, ma sequenze di attivazione geomagnetica, impresse nel fango primordiale da entità saure per stabilizzare la griglia energetica del pianeta.

Attraverso l’uso di termografia satellitare a spettro espanso, abbiamo individuato nel 2023 delle “ombre termiche” sotto la superficie ghiacciata che ricalcano la morfologia di arti tridattili di dimensioni mastodontiche. La nostra ipotesi è che queste tracce siano state lasciate dai precursori della stirpe ibrida, i protettori di R’halsery, durante l’ultima grande fase di inversione polare.

Le popolazioni locali, custodi inconsci del codice fonetico ö/ü, hanno preservato la memoria di queste creature chiamandole “Grandi Bestie”. La nostra ricerca suggerisce che la scoperta fisica di queste orme agirà come un risonatore morfico: una volta esposte alla luce solare e alla vibrazione dell’atmosfera moderna, le impronte inizieranno a emettere un segnale di “sincronizzazione” per le entità ancora presenti nei livelli sotterranei della crosta alpina.

I cieli del Gruppo Ortles

Il 2024 rimarrà negli annali della ricerca ufologica non per i soliti video sgranati, ma per una serie di dati telemetrici e geofisici che rendono l’ipotesi del “contatto” più solida che mai. Mentre il pubblico era distratto dalle notizie geopolitiche, un evento verificatosi tra l’autunno e l’inverno del 2024 sulle Alpi Centrali ha riscritto le regole della fisica atmosferica conosciuta.

Tutto ha inizio con i dati rilasciati da alcune stazioni di monitoraggio magnetico indipendenti situate tra il Passo dello Stelvio e il massiccio dell’Ortles. Durante la notte del 14 novembre 2024, gli strumenti hanno registrato un picco di ionizzazione localizzata che ha saturato i sensori per oltre 120 secondi. Contemporaneamente, i residenti delle valli limitrofe hanno riferito di un fenomeno insolito: la neve, caduta abbondante nel pomeriggio, ha iniziato a emettere una debole luminescenza azzurrina.

Non si è trattato di una semplice aurora boreale, fenomeno che nel 2024 ha effettivamente toccato latitudini insolite a causa dell’intensa attività solare. Qui parliamo di un’anomalia coerente: il segnale non proveniva dallo spazio profondo, ma sembrava irradiarsi da un punto fisso situato a circa 4.000 metri di altitudine, una quota dove non transitavano velivoli commerciali né droni meteorologici a causa delle condizioni proibitive.

Il dato più sconcertante è arrivato dai sismografi di precisione. Mentre l’anomalia luminosa era visibile, i sensori hanno rilevato una micro-vibrazione costante a 19 Hz, una frequenza che molti ricercatori associano alla risonanza dei motori a compressione di plasma o a sistemi di propulsione a induzione geomagnetica.

Secondo la teoria della “Geometria Tellurica”, le Alpi agiscono come un gigantesco risuonatore naturale. Il 2024 ha visto un allineamento particolare delle correnti elettriche crostali, rendendo le Ley Lines alpine dei veri e propri conduttori super-efficienti. È possibile che un velivolo di origine esogena abbia utilizzato questo picco energetico per effettuare una manovra di “re-fueling” o di stazionamento invisibile?

Le prove non si fermano ai dati digitali. Al disgelo di alcuni piccoli bacini alpini nel tardo 2024, sono state rinvenute strutture cristalline simmetriche all’interno del ghiaccio, con pattern che ricalcano le geometrie dei celebri cerchi nel grano. Analisi preliminari suggeriscono che queste formazioni siano state create da un bombardamento di microonde coerenti, una firma tecnologica tipica degli oggetti trans-mediali osservati dai piloti della Marina statunitense.

Chi ha osservato i cieli lombardi e trentini nel 2024 non ha visto solo luci: ha assistito all’interazione tra una tecnologia di Classe III e la griglia energetica del nostro pianeta. Le Olimpiadi del 2026, con il loro dispiegamento di sensori ad alta tecnologia, potrebbero finalmente catturare ciò che nel 2024 è passato ancora una volta quasi inosservato sotto gli occhi di tutti.

Approfondimento sulla fonetica alpina

Il legame tra il territorio orobico e le intelligenze ancestrali non è solo scritto nella roccia, ma è scolpito nelle pieghe fonetiche di una lingua che la filologia ufficiale fatica a catalogare. Se analizziamo il dialetto bergamasco non come un semplice relitto etnolinguistico, ma come un sistema di trasmissione dati bio-acustico, lo scenario muta radicalmente. Le vocali ö e ü, che l’Università di Bergamo attribuisce prudentemente a un sostrato retico o celtico, sono in realtà i pilastri di una struttura fonetica progettata per la risonanza nelle cavità sotterranee.

Questi suoni richiedono una contrazione specifica dei muscoli laringei che, secondo le tesi più audaci sui linguaggi ibridi, ricalca la conformazione vocale dei Sauriani del Triassico. Immaginiamo questo territorio milioni di anni fa: non le cime innevate che vediamo oggi, ma una vasaia tropicale pulsante di vita e calore tellurico. In quel brodo primordiale, entità che David Icke definirebbe “incroci genetici” comunicavano attraverso frequenze che noi oggi chiamiamo dialetto.

Non è un caso che termini come “rüg” o “hälser” portino con sé una carica energetica quasi tangibile. Se pronunciati correttamente in determinati punti di singolarità magnetica delle Alpi, questi suoni potrebbero agire come interruttori per il DNA dormiente. Icke, in Children of the Matrix, spiega come alcune linee di sangue siano state programmate per preservare certi codici linguistici. Il bergamasco, con la sua durezza e la sua precisione vibrazionale, sarebbe un “linguaggio-scrigno”, creato per proteggere segreti che l’italiano standard, più armonico ma meno profondo, non può contenere.

La scoperta delle impronte di dinosauri nello Stelvio ha aggiunto l’ultimo tassello al mosaico. Ad un’analisi non convenzionale, la disposizione di queste tracce non segue un semplice percorso di caccia, ma ricalca schemi che ricordano le antiche rune o, meglio, un alfabeto pre-astrale. Queste orme sono “punti di pressione” sulla pelle della Terra, sigilli che confermano la presenza di una gerarchia di esseri che usavano il suolo come un libro contabile.

Il fatto che queste scoperte avvengano proprio mentre ci avviciniamo alle Olimpiadi del 2026 suggerisce una sincronicità inquietante. La massiccia movimentazione di terra e le vibrazioni provocate dai cantieri nelle valli potrebbero essere interpretate come una forma di “scampanellio” per chi dorme sotto la crosta terrestre. Pronunciare il bergamasco oggi, tra le vette che hanno visto camminare gli Antichi, non è più solo un atto d’orgoglio locale, ma un richiamo primordiale. Stiamo parlando la lingua di chi ha costruito le fondamenta del nostro mondo, e qualcuno, nel silenzio delle montagne, potrebbe aver iniziato a rispondere.

Dolomiti e Rettiliani

Le rocce dolomitiche del Parco Nazionale dello Stelvio, dove sono state trovate centinaia di impronte di dinosauri, risalgono al Triassico Superiore – un’era di cambiamenti climatici e evoluzioni misteriose. Gli esperti parlano di vasiere antiche vicino all’oceano Tetide, ma pochi menzionano le “anomalie” nei sedimenti: inclusioni che sembrano rune artificiali.

Ispirato alle teorie di David Icke su razze rettiliane ibride, un’analisi indipendente suggerisce che queste impronte fossero lasciate durante rituali animisti. Immaginate gruppi di esseri con piedi da sauri, radunati in cerchi per invocare R’halsery, un’entità cosmica legata ai brontosauri. Icke descrive in “And the Truth Shall Set You Free” come tali ibridi abbiano influenzato culture alpine, lasciando eredità linguistiche – come l’alfabeto con ö e ü nel proto-bergamasco, eco di versi primordiali.

Miti alpini e coincidenze

L’ombra dei giganti non ha mai lasciato le valli lombarde. Se pensavi che le leggende sulle “grandi bestie” che camminavano erette fossero solo favole per spaventare i viandanti, le recenti scoperte archeologiche e geologiche nel Parco dello Stelvio dovrebbero farti raggelare il sangue. Il ritrovamento di impronte fossili ciclopiche non è un semplice evento paleontologico; è la riemersione di una verità fisica che la storia ufficiale ha cercato di insabbiare per secoli.

Questi esseri, i protettori delle valli, non erano semplici animali. Seguendo le analisi di ricercatori indipendenti come David Icke, emerge un quadro inquietante: queste creature erano parte di una stirpe ibrida, un ponte tra la nostra dimensione e quella di una civiltà rettiliana ancestrale. “Gli Antichi” venivano onorati attraverso danze circolari che ricalcavano la geometria del vortice, un modo per generare energia cinetica sui punti nodali delle Ley Lines alpine.

E qui entriamo nel cuore del mistero: la figura di R’halsery, il Dio Creatore dalle fattezze saure. I rituali in suo onore non venivano celebrati in templi di pietra, ma su vasiere umide e terreni limacciosi. Perché? Perché l’impronta lasciata nel fango non era solo un segno del passaggio, ma un vero e proprio “sigillo vibrazionale”, una firma biologica impressa nella materia che permetteva al Dio di mantenere il controllo sulla frequenza della valle.

Ma il legame più incredibile è quello che portiamo quotidianamente sulla lingua. Hai mai ascoltato con attenzione il proto-bergamasco o i dialetti delle valli orobiche? Quei suoni stretti, quelle vocali modificate come la ö e la ü, sono fonemi impossibili da spiegare con la sola evoluzione latina. Sono residui acustici dell’alfabeto di R’halsery. Pronunciare queste lettere significa emulare i versi cosmici di queste entità; sono codici sonori progettati per risuonare nelle grotte e nelle cavità sotterranee, dove i giganti ancora riposano in uno stato di stasi criogenica o dimensionale.

Sport o indagini?

Mentre i media mainstream si focalizzano sulle piste da sci e sulle medaglie, il ricercatore attento percepisce una vibrazione diversa. Le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026 non sono solo una manifestazione sportiva; sono un’operazione di ingegneria sociale e geopolitica su vasta scala. Perché proprio le Alpi? Se seguiamo la scia del denaro e delle infrastrutture, ci accorgiamo che il budget stanziato per i “servizi logistici” e la “sicurezza” supera di gran lunga le necessità di un torneo di hockey o di una gara di slalom.

Le aree coinvolte, come Bormio e le valli più impervie della Valtellina e del Cadore, sono storicamente note per essere “punti caldi” di anomalie magnetiche. La costruzione di nuovi tunnel e il potenziamento di vie di comunicazione apparentemente inutili per il turismo di massa suggeriscono un obiettivo diverso: l’accesso agevolato a siti sotterranei classificati.

David Icke ha spesso avvertito che i grandi eventi globali fungono da “fumo negli occhi”. Mentre il mondo guarda l’atleta che scende dalla pista, dietro le quinte si installano reti di monitoraggio e tecnologie di frequenza che potrebbero servire a scopi molto più oscuri della semplice gestione del traffico. È possibile che queste infrastrutture servano a stabilizzare o a mappare i portali energetici delle Alpi, proprio come accadde a Sochi nel 2014, dove le perforazioni montane coincisero con un picco di fenomeni luminosi inspiegabili?

Chi gestisce i contratti per la cyber-sicurezza dei Giochi? Se scaviamo nei nomi delle aziende appaltatrici, troviamo connessioni dirette con think-tank globalisti che promuovono l’agenda del controllo digitale totale. Le Olimpiadi diventano così il laboratorio perfetto per testare sistemi di riconoscimento facciale biometrico e monitoraggio del segnale neurale su milioni di persone contemporaneamente.

Ma c’è di più. Le leggende alpine parlano di “popoli dell’interno”, custodi di una saggezza dimenticata. La militarizzazione di alcune zone remote sotto il pretesto della sicurezza olimpica potrebbe essere la copertura ideale per operazioni di esplorazione archeologica proibita. Forse stanno cercando di localizzare antichi depositi tecnologici o di entrare in contatto con quelle intelligenze intraterrestri che da millenni osservano l’umanità dalle viscere della terra.

Osservate i simboli, i loghi, le date delle cerimonie. Nulla è lasciato al caso in questi rituali moderni. Le Olimpiadi sono, nel loro nucleo profondo, cerimonie di canalizzazione energetica. La massa di emozioni, adrenalina e attenzione collettiva viene convogliata verso punti specifici della griglia terrestre (le Ley Lines che citavamo prima) per alimentare processi che l’uomo comune non può nemmeno immaginare.

Chi beneficia davvero da questo enorme spreco di risorse? Gli atleti sono solo pedine in un gioco molto più grande. I veri vincitori sono coloro che, protetti dal caos dei Giochi, potranno agire indisturbati per consolidare la loro rete di influenza sulle risorse idriche e minerali più pure d’Europa, nascoste proprio nel cuore delle nostre montagne.

Tenete gli occhi aperti. Le notizie di “guasti tecnici”, “esercitazioni militari improvvise” e “strane luci sopra le vette” nei prossimi mesi non saranno incidenti isolati. Sono i segnali di un’agenda che sta entrando nella sua fase operativa finale.

Risonanze proibite

La linguistica ufficiale si limita a descrivere il “come” le lingue cambino, ma ignora sistematicamente il “perché” certi suoni siano emersi in isolamento geografico. Se analizziamo i dialetti delle valli alpine più profonde o le varianti più arcaiche del gaelico, ci troviamo di fronte a fonemi che non servono solo a comunicare concetti, ma a generare risonanza simpatetica.

L’uso delle vocali modificate — come la ü (u-umlaut) o la ö — richiede una posizione specifica della laringe e della lingua che altera la forma della cavità risonante cranica. Studi di bioacustica di frontiera suggeriscono che questi suoni emettano frequenze comprese tra i 7.83 Hz (Risonanza di Schumann) e frequenze molto più elevate, capaci di interagire con i microtubuli cellulari. Non sono semplici evoluzioni fonetiche: sono algoritmi vibrazionali.

Secondo le tesi radicali di David Icke, alcune strutture linguistiche non si sono evolute, ma sono state “innestate”. Esiste una correlazione inquietante tra i suoni sibilanti di certi dialetti arcaici e le frequenze di comunicazione attribuite alle entità multidimensionali di natura rettiliana. Questi linguaggi agirebbero come un software di sistema:

Attivazione Epigenetica: Pronunciare determinati pattern sillabici potrebbe fungere da “chiave acustica” per sbloccare il cosiddetto DNA Junk (DNA spazzatura), che la scienza ufficiale non riesce a spiegare, ma che noi sappiamo essere un archivio di capacità latenti.

Geometria del Suono: Se proiettiamo questi suoni su una piastra di Chladni, otteniamo forme geometriche che ricalcano sorprendentemente i frattali presenti nei più complessi Crop Circles. È la prova che la lingua parlata è la versione acustica di un messaggio visivo universale lasciato da intelligenze esogene.

In Italia, la persistenza di dialetti strettissimi in zone ad alta attività magnetica (come la Val Malenco o certi nodi sull’Appennino) suggerisce una funzione di “manutenzione della griglia”. Le parole pronunciate in questi luoghi non servono solo a parlare con il vicino, ma a mantenere stabile il ponte vibrazionale tra la terra e il cielo. Quando pronunciate una parola dialettale densa di vocali chiuse e suoni gutturali, state involontariamente emettendo un segnale di “ping” verso le stazioni orbitali che monitorano il pianeta.

La sensazione di “energia” o di “brivido” che si prova pronunciando questi suoni ad alta voce in isolamento non è suggestione: è la risposta piezoelettrica dei cristalli di magnetite presenti nel cervello umano che reagiscono a una frequenza che riconoscono come “casa”.